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Il poeta Bachis Sulis

In anni come i nostri, di grande attenzione per la poesia sarda e di rivalutazione della tradizione culturale dell'isola, il ruolo riservato al questo autore è ridotto rispetto al valore reale della sua opera e anche al rilievo della sua figura. Certo ha pesato negativamente sulla sua fama quell'avversità della fortuna che già in vita lo aveva perseguitato come uomo e, subito dopo la morte, come poeta. Le sue sventure ebbero inizio nel 1818 quando all'età di ventitrè anni, fu ingiustamente accusato di un attentato di cui era rimasto vittima un signorotto locale. Dovette abbandonare la vita serena del paese, dove occupava un posto di rilievo per cultura e condizione economica, e darsi alla latitanza.
Trascorse da latitante, ben dodici anni, cercando riparo presso parenti ed amici, ed entrando in contatto con i numerosi banditi che vivevano alla macchia in quelle montagne. Dovette tra l'altro abbandonare il progetto di sposare Maria Giua, la donna che amava. I suoi familiari riuscirono infine a farlo prosciogliere, ed egli tentò a trentacinque anni, di riprendere la sua consueta vita, amareggiato per gli anni difficili appena trascorsi ed i tanti sogni distrutti. Il periodo della latitanza lo aveva condotto probabilmente a contrarre amicizie compromettenti e a conoscere fatti delittuosi; egli si illudeva di poter mettere una pietra su questo non facile passato, e non prendeva precauzioni nella vita di ogni giorno; sino a quando in una notte del maggio 1838, all’ età di 43 anni, fu freddato da un colpo di fucile esploso da uno sconosciuto nascosto dietro a una siepe. Per lunghi anni, compresi quelli dell'esilio, aveva coltivato la poesia, ed aveva raccolto scrupolosamente le sue composizioni in una sorta di grande registro, dove le aveva annotata con notizie sui fatti e i personaggi citati.
Molti versi erano diretti contro il clero locale e fu per questo che dopo la sua morte, la sorella istigata dalle bigotte e dal prete del paese, distrusse il grosso manoscritto, la mala sorte, che gli aveva reso la vita tanto amare, continuava a perseguitarlo anche dopo morto impedendo la divulgazione e la conoscenza della sua opera di poeta. Soltanto alla fine del secolo un suo nipote Sebastiano Devilla, assunse il lodevole compito di raccogliere quanto di quei versi rimaneva nella memoria di parenti e compaesani.